Cenni biografici

IO  CI  SONO


Sono trascorsi quasi cinque anni da quando sono entrato in guerra. Una guerra solitaria e silenziosa contro un nemico subdolo e malvagio, come tutti i nemici veri. Subdolo perché si nasconde, si occulta, si eclissa, rifugiandosi al riparo di una loggia tibiale, fra i flessori laterali, fra le creste dermiche della mano, fra i segmenti sesamoidi delle dita, negli alveoli polmonari, nel tessuto connettivo che riveste le tuniche dell’esofago. Malvagio perché non concede speranze a chi lo affronta. Infatti, finora ha sempre vinto, e sono circa sessant’anni, per qualcuno molti di più, che lui ingaggia battaglie ovunque e contro chiunque, eppure vince sempre. Sempre. In compenso ha un nome : SLA.   Se dovessi dargli un volto, avrebbe le sembianze di un mostro tentacolare e ripugnante, proprio come uno di quelli che erano i nostri incubi di bambini.  Un mostro da film di fantascienza, con i buoni a sparargli contro e le pallottole che rimbalzano, oppure lo attraversano, senza scalfirlo. Ma tutto questo ha poca importanza. Definire il nemico non aiuta a combatterlo. C’è, e questo basta. Che dire ? Non ho intenzione di tediare alcuno con l’inutilità delle parole.  Ho infatti imparato a mie spese, da scrittore e lettore appassionato, di quanto le parole, quelle stesse parole che ho sempre privilegiato, amato, curato, coccolato, si rivelino tragicamente vuote e prive di senso, di fronte alla malattia. Le parole del medico, fredde, senz’anima e razionali, quelle dell’amico, che ha il pudore di interrompersi a metà, consapevole della loro inefficacia, quelle della tua donna, che non sempre riesci a comprendere, perché sono spesso interval- late da singhiozzi. Parole inutili, appunto. E dunque perché scrivere questa cosa ? Per un solo motivo, un motivo che è uno stimolo, uno stimolo che è una risposta, una risposta che è una sfida : informare il nemico. Per fargli sapere che, pure nella consapevolezza che prima o poi l’avrà vinta, io ci sono. Per fargli sapere che non mi nascondo. Per fargli sapere che non fuggo. Per fargli sapere che ho preso le armi, combatto e non alcuna intenzione di arrendermi così facilmente. Sì, lo faccio perché il nemico sappia che io ci sono. Ci sono, ci sono con tutta la debolezza dei miei muscoli malati, ci sono con il mio respiro che si fa cupo, ci sono con i miei arti che non rispondono più ai miei comandi, ci sono le mie giornate spezzate, ci sono con le mie notti buie, ci sono con i miei sogni infranti, ci sono con i miei domani incerti, ci sono con i miei libri interrotti a metà, ci sono io ci sono io ci sono io ci sono.