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GENOVA PDF Stampa E-mail

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Vaghi punti colorati nel blu,     

bianchi talvolta,                                           

prue minacciose e vele trasparenti.                  

Le reti intorno alle lampare                              

si distendono sott'acqua come una barriera.

Intanto,                                                 

maestri d'ascia lavorano il legno perché sia pronto

a sfiorare il tappeto di velluto,              

fermandosi di tanto in tanto a riposare un poco,  

a Boccadasse.

 

 

L'esule stanco apre gli occhi impauriti,        

ha avuto appena il tempo di ascoltare parole infarcite di sconcezze e ne ha imparate alcune,                                                                          

ora sa che sarà questo il suo rifugio,  

non più una stretta via circondata dal fumo,           

ma antichi Palazzi ritornati alla luce       

come le strisce orizzontali bianche e nere     

della Cattedrale di San Lorenzo.      

Città leggera come un aquilone che s'invola sopra i tetti grigi delle case e si veste dei colori dell'estate e poi scompare dietro un campanile.          

Panni stesi sui vicoli angusti, odore di focaccia e di urina, suoni sconosciuti, bagasce sulle porte.        

E poi le madonne che vegliano sopra i negozi di macelleria ed ogni tanto chiudono gli occhi, complici.            

Nelle tasche dei passanti, i raccolti di via Prè.  

Filigrana di racconti ascoltati, spiagge rapinate e rapite e poi scomparse per far posto al ferro, ferite aperte che fanno ancora male, a niente valgono i ricordi, le rughe segnano i confini fra le parole inascoltate e il rumore di un motorino che passa.

Eppure non hai idea,

amico mio,                                                                       

del profumo che sprigiona da un gozzo dal fianco sfondato.                                

Pare inutile come un violino senza corde,                                                   

fastidioso e ingombrante.                                                                                 

Ma prova a respirare l'odore del legno.                                                               Dai, prova.      

Città per amanti che si cercano e poi si trovano e poi si amano e poi se ne vanno, e poi ritornano ancora, nascosti dietro pizzi traforati e maschere di ardesia.      

Città per amanti che si inseguono all'ombra di ariosi affreschi e portici severi e poi escono alla luce dei giardini, danzando sulle balconate in marmo.         

Città per amanti con le braccia tese come piante che cercano il sole, come quel San Sebastiano,

nella Chiesa sulla collina. 

Città per amanti che si portano appresso l'odore del peccato compiuto, di quello cercato, di quello sfuggito.   

L'amore, sai.  

Città di bar chiusi la sera,       

la contadina di Strozzi che spenna i tacchini,      

parole sussurrate alla luce di un lampione,             

respiri che sanno di pane appena sfornato,         

gatte in calore sulle terrazze,                    

foglie che sanno di sale,                                                                             lino che sa di lavanda,       

il fiume addormentato e cattivo,          

la processione pagana verso il vento della "Nord", la domenica pomeriggio.

 

 

 

A I U T O !

Aiuto aiuto aiuto. 

Hanno rubato una stella.                                                                              

Cercatela ovunque.                                                                                         

Nelle pieghe delle federe sgualcite.                                                                  

Nelle note di una canzone stonata.                                                                    

Nell' erba incolta di un giardino abbandonato.                                                   

Fra le ali di una farfalla, volata via per sempre.